Il jihad tropicale

Recensione del libro di Maria Zuppello, La jihad tropicale. Il patto tra terrorismo islamico e criminalità organizzata in America Latina (Paesi Edizioni, 2019, 232 pagine) – un’indagine paese per paese sul nesso tra terrorismo e criminalità organizzata, dalla Triplice Frontiera ai Caraibi.

Briefing CERIF: Note di lettura

Opera recensita: Maria Zuppello, Il Jihad ai Tropici. Il patto tra terrorismo islamico e crimine organizzato in America Latina, Paesi Edizioni (collana Machiavelli), Roma, 2019; versione francese Il jihad tropicale, 232 pp. Prefazione di Emanuele Ottolenghi (Foundation for Defense of Democracies).

A cura di: Dott.ssa Florence Bergeaud-Blackler (CNRS / CERIF)

Data: settembre 2026

Formato: Scarica la recensione (PDF)


Punti chiave

Il nesso tra terrorismo e criminalità organizzata La cocaina come moneta Triplice frontiera Indagine paese per paese
  • Pubblicato nel 2019 dalla giornalista investigativa italiana Maria Zuppello (Paesi Edizioni), con prefazione dell'analista Emanuele Ottolenghi (Foundation for Defense of Democracies), il volume è uno dei primi a documentare l'intreccio tra radicalismo islamista e criminalità organizzata in America Latina.
  • Tesi: l’America Latina non è né marginale né un semplice rifugio, ma uno spazio funzionale dell’economia del terrorismo mondiale – al tempo stesso « distributore di banconote » (finanziamento tramite la cocaina) e «punto cieco» (occultamento, logistica, documenti falsi).
  • Gruppi nemici altrove - Hezbollah sciita, Stato Islamico e Al-Qaeda sunniti - collaborano di fatto perché la logica dominante non è ideologica ma economica: si tratta del «narcoterrorismo».
  • Il volume procede con un’analisi paese per paese (Brasile, Colombia, Venezuela, Trinidad e Tobago, Messico, Ecuador, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile, Bolivia, Perù), dopo un capitolo introduttivo su Hezbollah e la «Tripla Frontiera».
  • Un libro ricco di spunti, con numerosi casi citati e fonti giudiziarie – ma alcune delle cui affermazioni, come riconosce l'autrice, si basano su fonti di intelligence anonime e rimangono «difficili da confermare».

1. Presentazione del libro e dell'autrice

Maria Zuppello è una giornalista e ricercatrice italiana che vive in Sudamerica, specializzata in terrorismo e criminalità organizzata. Il Jihad tropicale è stato pubblicato nel 2019 da Paesi Edizioni, nella collana «Machiavelli». Il riferimento esatto dell’originale è: Maria Zuppello, Il Jihad ai Tropici. Il patto tra terrorismo islamico e crimine organizzato in America Latina, Paesi Edizioni (coll. Machiavelli), Roma, 2019. L'opera si presenta come il frutto di diversi anni di ricerche e di lavoro sul campo e si propone, secondo l'autore della prefazione, come «un punto di partenza significativo» su un argomento rimasto a lungo tabù.

La prefazione è firmata da Emanuele Ottolenghi, ricercatore senior presso la Foundation for Defense of Democracies (Washington), il quale colloca il libro sulla scia di uno studio italiano pionieristico (« Sahara, deserto mafioso e jihad ») e ne riassume il contributo: rivelare «gli stretti legami tra la mafia locale e i finanziatori del terrorismo islamico», poliziotti, giudici, doganieri e responsabili politici che garantiscono «la sopravvivenza sia dell’ideologia che del commercio illegale». Zuppello vi aggiunge la propria prefazione narrativa, che dà il tono: un «viaggio tra jihadismo e criminalità organizzata transnazionale», dal porto di Santos - da cui partirebbe quasi l’80% della droga latinoamericana destinata all’Europa - fino alla geografia della coca, «il bitcoin dell’era moderna», i cui proventi «possono finanziare qualsiasi cosa, dalle campagne presidenziali alla jihad» (il mercato mondiale delle droghe illecite è stimato dall’UNODC a oltre 320 miliardi di dollari all’anno).

2. La tesi: l’America Latina, «distributore di banconote» e «punto cieco» del jihad globale

Il fulcro dell’argomentazione si riassume in un’immagine: l’America Latina svolge due funzioni complementari per il terrorismo internazionale. In primo luogo, una funzione di finanziamento – «la cocaina sta agli islamisti come l’eroina sta ai talebani» –; in secondo luogo, una funzione di occultamento, poiché le spiagge dei Caraibi o del Brasile sono «l’ultimo posto che verrebbe in mente come nascondiglio per i jihadisti». Da qui l’immagine, coniata dall’autrice, dei «jihadisti della caipirinha».

La dimostrazione si basa su un ribaltamento: nel subcontinente, organizzazioni ideologicamente opposte depongono le armi e si dividono la stessa «torta sporca». Zuppello vi vede un’«alleanza impensabile altrove» tra sciiti (Hezbollah, proxy iraniano) e sunniti (Al-Qaeda, poi Stato Islamico), uniti non dalla fede ma dalla «condivisione di vantaggi illeciti» e dal «il traffico attraverso una natura ostile e sconosciuta» (foresta impenetrabile, deserto implacabile). Una parola riassume il tutto: «narcoterrorismo», coniata negli anni ’80 dal presidente peruviano Belaúnde Terry a proposito di Sentiero Luminoso.

Un secondo filo conduttore attraversa l’intero libro: l’«alleanza rosso-verde» tra la sinistra bolivariana e l’islamismo, unita dalla «resistenza all’imperialismo americano». L’asse Teheran-Caracas avrebbe aperto all’Iran, ai Guardiani della Rivoluzione e a Hezbollah le porte della regione, con il Venezuela che diventa un «punto nevralgico» per gli agenti iraniani; l’autrice ricollega a questa matrice Chávez e Maduro, ma anche Morales, Correa, i Castro e Lula da Silva.

3. Metodologia e fonti

L'opera rientra nel giornalismo d'inchiesta. Zuppello attinge a un ricco materiale documentario: rapporti del Dipartimento di Stato e del Tesoro statunitensi (designazioni come «trafficante di stupefacenti specificatamente indicato», liste terroristiche dell’OFAC), audizioni al Congresso (Roger Noriega, Robert Pittenger), indagini della DEA («Progetto Cassandra», operazione «Titan»), lavori dei magistrati antimafia italiani (Nicola Gratteri, DIA), testimonianze di ex funzionari (l’ex agente della DEA Michael Braun, l’ammiraglio Kurt Tidd del Southcom), fascicoli giudiziari locali (operazioni brasiliane «Hashtag», «Mendaz», «Atila») e numerose fonti giornalistiche. A ciò si aggiunge un autentico lavoro sul campo: l’autrice descrive, ad esempio, la sua indagine a Desaguadero, un villaggio di confine andino a 3.800 metri di altitudine.

La struttura è chiara: dopo la prefazione e l’introduzione, un capitolo introduttivo (“All’inizio, c'era Hezbollah») delinea il quadro generale, poi dodici capitoli dedicati ai singoli paesi sviluppano lo stesso schema: comunità musulmana e finanziamenti esteri, reti del nesso criminalità-terrorismo, casi specifici, operazioni e sequestri.

4. Architettura - un giro del continente

«All’inizio c’era Hezbollah»

Il capitolo introduttivo ripercorre la nascita del «Partito di Dio» alla fine degli anni ’80, «subito dopo il tentativo fallito dell’OLP» e l’amicizia di Gheddafi con il Venezuela. Il fulcro è la «Tripla Frontiera» (Brasile-Argentina-Paraguay), 2.500 km² alla confluenza dei fiumi Paraná e Iguaçu, sede di una fitta comunità araba e libanese, una «terra di nessuno» dove Hezbollah ha «pianificato e finanziato» i due attentati di Buenos Aires (ambasciata di Israele, 1992; AMIA, 1994) e dove Osama bin Laden e Khalid Sheikh Mohammed si sarebbero recati nel 1995. La giornalista ne illustra i meccanismi finanziari: la cocaina come «moneta» di Hezbollah (Michael Braun parla del «sistema di riciclaggio più sofisticato mai visto»), la «componente degli affari commerciali » (BAC) della sua organizzazione di sicurezza esterna, i collegamenti con i cartelli colombiani (FARC), messicani (Los Zetas) e il brasiliano PCC, fino all’alleanza senza precedenti – rivelata dall’operazione italiana «Stammer » (2017) - tra Hezbollah e la ’ndrangheta calabrese.

Il Brasile, un punto nevralgico fondamentale per la jihad europea

È il capitolo più articolato dell'opera. L'autrice vi traccia il percorso del predicatore trinidadiano Imran Hosein (giunto a San Paolo nel 2014 e a Recife 48 ore prima dell’attentato al Bataclan nel 2015) e il suo ruolo nella radicalizzazione di Samy Amimour, uno dei terroristi del Bataclan; il passaggio a San Paolo della «cellula di Aveiro» (Tazi, el-Hanafi, Boukal) collegata agli attentati di Parigi e Bruxelles; e soprattutto l’operazione «Hashtag» (luglio 2016), la prima operazione contro una cellula dello Stato Islamico in America Latina, smantellata alla vigilia dei Giochi di Rio. L’autrice ne descrive minuziosamente i protagonisti - convertiti brasiliani, giovani e di estrazione modesta, con scarsa conoscenza dell’Islam ma pronti alla jihad armata - e le figure più esperte (Ahmad al Kathib, Mohamad Mounir Zakaria). Infine, documenta il versante criminale: il PCC e il Comando Vermelho, il confine di Ponta Porã e le reti «halal-cocaina» (cocaina nascosta in carichi di carne halal nel porto di Santos, caso El Bouchi/Minerva Foods).

Colombia, Venezuela: la coca e il narco-Stato

La Colombia, primo produttore mondiale di cocaina e «patria di Pablo Escobar», viene descritta come una «fonte inesauribile di denaro»: la moschea saudita-qatariota di Maicao, le conversioni tra gli indigeni Wayuu, la comunità sciita di Buenaventura formatasi a Qom, la presenza della Jamaat al-Tabligh e dell’IHH, ma anche il percorso delle FARC («esempio per eccellenza» del narcoterrorismo) e delle loro fazioni dissidenti, senza dimenticare i legami documentati tra i cartelli colombiani, la 'ndrangheta e Hezbollah (operazione «Titan», 2008; il finanziere Chekry Harb). Il Venezuela occupa un posto centrale: narco-Stato del cartello «Los Soles», espulsione della DEA (2005), asse con l’Iran e la Siria, rete di Tareck El Aissami (rilascio di migliaia di passaporti), figure di spicco di Hezbollah (Ghazi Nassereddine), l’isola di Margarita trasformata in base di addestramento, fino al soggiorno in Venezuela del teorico di Al-Qaeda Abu Musab al-Suri.

Trinidad e Tobago: il rifugio dei combattenti stranieri

Il capitolo dedicato a questo arcipelago caraibico è uno dei più sorprendenti: Trinidad e Tobago ha fornito il più consistente contingente di combattenti stranieri dell’emisfero occidentale in rapporto al numero di abitanti - un centinaio di partenze verso la Siria dal 2015, su una popolazione di 1,3 milioni di abitanti. L’autrice illustra il radicamento di un estremismo che mescola l’eredità del movimento di Malcolm X, il jihadismo di Al-Qaeda e il salafismo recente, il ruolo della rivista Dabiq dello Stato Islamico, la figura del combattente Shane Crawford e il complotto sventato contro il carnevale del 2018.

Messico, Argentina, Paraguay e le zone periferiche

Il Messico è considerato la porta d’accesso agli Stati Uniti: cartelli (Sinaloa, Los Zetas, Jalisco), campi di addestramento legati a Hezbollah, traffico di esseri umani e il caso emblematico di Ayman Joumaa – esempio, attraverso l’operazione «Cassandra», di un Hezbollah diventato «la Cosa Nostra sotto steroidi». L'Argentina, unico paese del subcontinente colpito da attentati islamisti accertati (ambasciata di Israele nel 1992, AMIA nel 1994), concentra i fatti più gravi: il procuratore Alberto Nisman, assassinato nel 2015 alla vigilia della sua testimonianza contro la presidente Cristina Kirchner, il ruolo dell’Iran e di Mohsen Rabbani, la figura del trafficante d’armi Monzer al-Kassar. Il Paraguay – e la sua città di Ciudad del Este, la «Casablanca sudamericana» dove il riciclaggio di denaro raggiungerebbe la metà del PIL nazionale – ospita il clan Barakat e la matrice dell’«incontro» tra Al-Qaeda e Hezbollah del 2000.

I capitoli più brevi completano il quadro. L'Ecuador (politica delle frontiere aperte sotto Correa, corridoio migratorio, il caso Seham al Salkhadi legato al Bataclan); l'Uruguay («Svizzera» del riciclaggio di denaro, accoglienza di ex detenuti di Guantanamo, tra cui Abu Wa'el Dhiab); il Cile (legami particolari con il salafismo britannico, i porti di Iquique, comunità sciita finanziata dall’Iran); la Bolivia («narco-Stato», espulsione della DEA nel 2008, presenza iraniana, «bandiere di comodo» intercettate nel Mediterraneo con carichi destinati all’ISIS); infine il Perù e la «nuova triplice frontiera» andina (Cile-Perù-Bolivia), meno visibile, che a sua volta Hezbollah starebbe investendo.

5. Commento del CERIF

Il contributo. Il Jihad tropicale ha il notevole merito di aver aperto, già nel 2019, un campo di studi che la ricerca francofona ignorava quasi del tutto. La sua intuizione centrale – la convergenza economica e logistica di gruppi nemici sul piano dottrinale, attorno al traffico di cocaina – è solida e illuminante; offre una chiave di lettura coerente a una mole di fatti sparsi. La forza del libro risiede nella sua densità documentaria: ogni affermazione si basa su un caso specifico, un’operazione di polizia, una designazione del Tesoro, un processo. La ricostruzione del «modello» della Triplice Frontiera e del ruolo chiave del Brasile è particolarmente convincente.

I limiti. L'opera rientra nel giornalismo d'inchiesta, non nelle scienze sociali, e va letta come tale. La principale riserva metodologica riguarda l’eterogeneità delle prove: i fatti accertati in sede giudiziaria (condanne, sanzioni, sequestri) si affiancano ad affermazioni che la stessa autrice giudica «difficili da corroborare » – in primo luogo le presunte visite di bin Laden e di Khalid Sheikh Mohammed alla Triplice Frontiera –, senza che il confine tra le due sia sempre netto.

Ambito di applicazione. Questa riserva non invalida l'opera: ne precisa l'uso. Il Jihad tropicale funge da mappa iniziale e da fonte di spunti, non da dimostrazione conclusiva. Documenta in modo convincente come l’America Latina sia diventata un’infrastruttura condivisa del crimine transnazionale in cui l’islamismo trova finanziamenti e rifugio.

Dott.ssa Florence Bergeaud-Blackler
Antropologa, ricercatrice presso il CNRS (HDR)
Presidente e fondatrice del CERIF - Centre Européen de Recherche et d'Information sur le Frérisme
cerif.eu